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Ivrea. «Perché non credo in Dio». «Perché durante la lezione si guardano film noiosi». «Perché se non fai religione, esci un’ora prima». «Perché bestemmio troppo». «Perché ho appena finito il Ramadan». «Perché mio fratello non ha mai fatto religione, e io ho deciso di fare come lui». «Perché sono un testimone di Geova». «Perché sono cristiano ortodosso». «Perché sono ateo, visto che ho smesso di credere alle medie quando è morto un mio amico». «Perché non ne ho voglia, anche se mio padre è catechista». «Perché la mia famiglia è di Tunisi». «Perché perdi solo del tempo». «Perché la religione è un fatto privato. E se io voglio pregare, allora prego a casa mia».
Per questi e per tanti altri motivi, a quanto pare, sempre più studenti delle scuole superiori disertano l’ora di religione. L’istituto tecnico Olivetti di Ivrea detiene il record italiano. «Perché se la mettono nel pomeriggio, io salto e vado a casa a pranzo» dice un altro studente, un tipo dinoccolato con la faccia da ciclista d’altri tempi. «Perché nella mia classe sono solo in tre a farla, mentre tutti noi ce ne stiamo fuori» dice l’amico.
Fuga dall’ora di religione
flavia amabile 13 Gennaio 2024

Splende un sole di primavera durante l’intervallo delle 11,40. E i ragazzi e le ragazze sciamano in cortile. È una tendenza nazionale. Secondo i dati raccolti dall’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, il numero degli studenti italiani che hanno scelto di non frequentare l’ora di religione è salito a un milione e 164 mila (68 mila studenti in più rispetto all’anno precedente). Erano il 15,5% nel 2022-23, sono diventanti il 16,6% nel 2023-24. Firenze è la città più laica con il 51,5%. Seguita da Bologna (47.29%), Aosta (43,58%), Biella (40,62%), Mantova (40,54%), Brescia (38,6%), Trieste (37.94%) e Torino (37,67%). Al contrario, le tre città italiane con più iscritti all’ora di religione sono Taranto, Benevento e Barletta, dove frequentano le lezioni più del 97% degli studenti.
L’Olivetti di Ivrea, la scuola del record, è al primo posto con il 90,7% di studenti che non frequentano religione. Ecco perché siamo qui a fare la stessa domanda a tutti: «Perché no?». E dopo aver interpellato almeno trenta studenti che confermano grossolanamente la statistica, ecco la prima iscritta all’ora di religione: «Mi chiamo Sofia. Nella mia classe siamo in 24. Facciamo religione in sei. Io sono una di quelle, perché mia mamma ci tiene troppo e non voglio farle un dispiacere. Ho 15 anni. Mi ha detto che dovevo farla, punto e basta».
La scuola è in cima a una piccola collina. Edifici bassi in mezzo a un bosco. Da qui escono studenti che presto diventeranno lavoratori: tecnici, meccanici e elettrotecnici da inserire nelle aziende della zona e di tutta Europa. Era il sogno dell’ingegnere Camillo Olivetti, il fondatore. Un’idea del mondo nella quale questa città ancora adesso si rispecchia, dove formazione e vita, lavoro e futuro, coraggio imprenditoriale e benessere dei dipendenti si tenevano insieme. L’Olivetti non c’è più, ma c’è la sua storia e resta questa scuola. Dunque: 1.295 allievi, di cui 160 adulti che frequentano il serale. Già così, a questo punto, c’è una prima parziale spiegazione del record: i corsi per gli adulti non contemplano l’ora di religione. Ma la percentuale incide solo in piccola parte. E allora, perché? «Questa terra, il Piemonte, si è sempre arricchita grazie alla migrazione. Una volta erano quelli come me a arrivare, lavoratori dal sud al nord dell’Italia», dice il professore di sostegno Epifanio Grasso. «Adesso sono migranti africani, romeni, cinesi, siriani, iracheni, brasiliani, che vengono qui a faticare. E sono i figli di quei migranti a formare, in gran parte, le nostre classi. L’ora di religione dovrebbe riguardare tutti, intendi dire tutte le religioni. Ma le linee ministeriali sono altre. Il risultato è un tipo di insegnamento che non tiene conto della nuova composizione delle nostre classi».
Certo, per spiegare il record dell’istituto Olivetti c’entra eccome la composizione multietnica delle classi. Anche l’insegnante Giulia Regruto ne è convinta: «Abbiamo molti ragazzi italiani, figli di migranti di seconda generazione, che arrivano da altre confessioni religiose. Sono ragazzi italianissimi che fanno il Ramadan».
Per esempio, una quarta di meccanica: 16 in classe, tre di religione musulmana, ma tutti fuori quando inizia quella lezione. Così resta la domanda: perché sono così tanti gli studenti «esonerati», come vengono definiti nel linguaggio burocratico scolastico, quelli che non frequentano l’ora di religione?
L’insegnante Annalisa Nola: «La scuola sta cambiando velocemente. Da qui si vede bene, per esempio, la crisi demografica italiana, i figli che mancano». La preside tutto vorrebbe, tranne che si alzasse un polverone sulla sua scuola. Si chiama Maria Rosaria Roberti, è arrivata da un anno e si è calata con tutta se stessa dentro questa nuova realtà. «Ci sono più di duecento aziende del territorio che collaborano con noi. Da qui devi uscire con una competenza molto qualificata. Siamo una scuola all’avanguardia nell’apprendistato duale, cioè ragazze e ragazzi che alternano una settimana di lavoro pagata a una settimana di studio. Prepariamo giovani che trovano lavoro in tutta Europa». Forse anche questa vocazione al pratico conta, rispetto al teologico. Ma resta una specie di imbarazzo, come un riflesso condizionato: «Ho fatto controllare i dati. Mi paiono eccessivi. Posso dire che le ore di religione, nell’anno in corso, sono già più frequentate».