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Giorgetto Giugiaro, il designer d’auto del secolo: “Grazie a un compito in classe un Ferragosto creai la Panda”

11 mesi fa 49
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Un tappeto di auto leggendarie, una accanto all’altra come nelle officine meccaniche. Lui sta in fondo al capannone, seduto dietro un lungo tavolo bianco, con un foglio davanti e la matita. Il foglio è il centro della sua vita, il perno del successo. Il resto, le Bugatti e le Ferrari parcheggiate ai suoi piedi, sono la traduzione di quel foglio in realtà: «Quello che mi appassiona, il mio vero mestiere, è il momento del disegno dell’automobile». Conta soprattutto lo schizzo originario. La sua metamorfosi in lamiera è una conseguenza. «E guardi che non è come sembra: è più difficile disegnare una Panda di una Ferrari». Lui, Giorgetto Giugiaro, le ha create tutt’e due. «Venga a trovarmi a Moncalieri, nel mio garage, e le racconto».

Sotto ogni cofano c’è una storia, un mondo solo apparentemente scomparso. Ancora oggi Torino è una delle capitali mondiali del design dell’automobile. Vengono ogni anno centinaia di ingegneri cinesi a studiare come si crea una nuova vettura. «Progettare l’auto è un lavoro all’incrocio tra la pittura e l’ingegneria». Come la biografia di Giorgetto, figlio di maestri della tavolozza: «Il merito va a mio padre. Abitavamo a Garessio, il mio paese natale ai piedi delle montagne cuneesi. Sarebbe stato normale che io studiassi all’Accademia. Ma mentre ero al liceo mio padre suggerì: “Vai al corso serale di disegno tecnico. Qui in giro ci sono un bel po’ di fabbriche meccaniche. È più facile guadagnarsi da vivere in officina che facendo il pittore”». Saggezza contadina. Certo nessuno immaginava che quel consiglio sarebbe andato lontano, molto lontano: «Quasi cinquant’anni dopo, nel 1999, mi chiamano dagli Stati Uniti per invitarmi alla cerimonia del premio che sarebbe stato dato al miglior disegnatore di auto del secolo. Non volevo partire: “Che ci vado a fare?”, mi dicevo. Ma loro ci tenevano assolutamente. Siccome avevo appuntamento con un cliente in Giappone ho pensato: faccio il giro dall’altra parte del mondo e così mi fermo a Las Vegas. Solo quando sono arrivato ho scoperto che il premiato ero io».

La strada che porta da Garessio alla West Coast è lunghissima: «Bisogna essere bravi ma soprattutto incontrare i maestri giusti, le persone che stimolano le tue capacità». Saper ascoltare ma anche saper ignorare: «Alle medie il professore non vedeva di buon occhio i miei corsi serali di disegno tecnico: “Giorgetto stai attento, con tutte quelle proiezioni ti rovini la mano”. Io invece ho fatto incontrare le due mani, quella tecnica e quella artistica». C’è anche chi capisce: «Golia Colmo, professore del liceo. Un giorno mi dà il compito di fine anno: disegna un’automobile. Protestai: “Ma l’auto non mi interessa”. Fui costretto. I disegni vennero esposti alla mostra della scuola. Li notò lo zio del professore, Dante Giacosa, l’ingegnere che avrebbe creato la Cinquecento e che allora dirigeva il Centro Stile Fiat. Venni assunto nel 1955, a 17 anni».

Il ragazzo si farà. Ma non si accontenta. «Volevo arrotondare lo stipendio. Al Salone dell’auto di Torino del 1959 andai allo stand della Bertone a chiedere se mi davano da fare i disegni per le loro automobili. Nuccio mi dice: “Bravo ragazzo, portami qualcosa da vedere”. Gli portai degli schizzi. Non seppi più nulla. Ero sulle spine, con quei soldi volevo comperarmi un paio di sci. Qualche tempo dopo seppi che aveva venduto quei disegni all’Alfa Romeo, una delle concorrenti della Fiat: “Se lo sanno mi licenziano”. “Quanto ti dà la Fiat?”. “80 mila lire”. “Se vieni da me te ne do 120”. Lasciai la Fiat il giorno dopo. Scoprii presto che da Bertone si lavorava 15 ore al giorno. Ma a me piaceva così».

Cose che capitavano nella Torino di metà del Novecento, quando le case automobilistiche erano numerose e si contendevano i carrozzieri più bravi. L’arte di disegnare le automobili si basava su un modello artigianale simile a quello che faceva funzionare gli atelier della moda torinese in via Po, ai tempi della corte dei Savoia. Per questo i tradimenti, i passaggi da una ditta all’altra (allora si chiamavano così) erano frequenti: «Nel 1965 la Ghia mi offrì un posto da dirigente. Ci tenevo molto: dirigente, io che non ero ingegnere, un bel traguardo nella Torino di allora. Lo dissi a Bertone. Lui non volle darmi la qualifica: “Piuttosto ti pago un milione a progetto ma qui il dirigente sono io”. Mi ero sposato da poco, Nuccio era stato il nostro testimone di nozze. Mi spiaceva tradirlo. Andai alla Ghia. Per me la qualifica era importante. Lo dissi una volta all’Avvocato, che sulla pista del Lingotto mi aveva chiesto a bruciapelo: “Lei ha studiato ad Harvard?”. Pensava che avessi frequentato chissà quale università».

Ben presto la vita nomade del car designer alle dipendenze delle aziende va stretta a Giugiaro: «Insieme ad Alfredo Mantovani abbiamo messo in piedi una società per disegnare un’auto della Isuzu, la 117. Mantovani registrò la “Sirp, Studi italiani realizzazioni prototipi”. Gli dissi: “Che nome è? Sei proprio un ingegnere. Facciamo sognare la gente, chiamiamola Italdesign”».

Paradossalmente le storie più avventurose riguardano le utilitarie. Sono quelle che hanno modificato il paesaggio italiano ed europeo del secondo Novecento. Oggetti mitici nati quasi per caso. «Eravamo al bar di corso Sebastopoli di fronte allo stadio comunale di Torino. Io, Mantovani e l’ingegner Hruska, il capo del progetto per far nascere l’Alfasud. Rudolf Uruska era un austriaco molto esigente. Arrivò e disse: “Ho bisogno di un’utilitaria lunga 400 centimetri con uno sbalzo di 600 millimetri”. Affittammo un alloggio con una grande cantina. Proponemmo tre diversi modelli. Essendo un’auto sportiva avevamo messo un radiatore più capiente dello standard e questo ci costrinse ad allungare un po’ la lunghezza dell’auto. Hurska arrivò con il metro e si arrabbiò. “Eh no, questi sono 403 centimetri non 400, non va bene”. Gli risposi: “Secondo lei quanti ingegneri con il metro in mano andranno a comperare quest’auto?”».

Non meno travagliato fu il parto della Panda, per decenni l’auto più venduta in Italia e ai primi posti in Europa: «L’idea fu di Carlo De Benedetti, nel breve periodo in cui era amministratore delegato della Fiat. Venne da noi e chiese un’utilitaria sul modello di quelle francesi che circolavano allora. Era luglio. Gli dissi che avrei cominciato a lavorarci dopo l’estate. Si arrabbiò: “Dove vai lei in vacanza?”. “In Sardegna”. “Ho una villa in Sardegna. Il 15 agosto venga da me con i disegni”. Andai al mare con il tecnigrafo. A Ferragosto mi presentai alla villa ma lui non c’era. Nel frattempo era stato sostituito con Romiti. Ma il progetto rimase e venne portato a termine». Una delle soddisfazioni maggiori per un non-ingegnere fu l’invito della Volkswagen per far nascere la Golf: «Entrai in una grande sala con 35 ingegneri tedeschi intorno a un tavolo. Un impiegato italiano mi faceva da interprete. Vidi, in una stanza, che avevano smontato una Fiat 128 per avere un modello di riferimento. Fui molto orgoglioso. Era il 1970, la guerra era finita solo da 25 anni».

Non solo utilitarie, naturalmente. «Mi chiamò Adnan Khashoggi. Aveva fatto una società con il re del Brunei. Voleva che disegnassi una barca e un coupé della Rolls Royce. Disse: “La mando a prendere a Caselle con il mio aereo privato”. Andai ma non c’era nessun aereo privato. C’erano solo grandi jet di linea. Capii dopo che il volo privato era con un Boeing 707 del re». E la barca? «Non se ne fece nulla. Andammo a Londra per la presentazione del progetto ma il governo inglese si oppose. La nostra barca era più lunga di quella del re dell’Arabia Saudita e il governo di Londra non voleva che nascessero invidie nella regione».

Four season di Londra, Ritz a Parigi, cene da Chez Maxime, è la dura vita del car designer di successo… «Capitano anche imprevisti particolari. La figlia del regista Akira Kurosawa aveva sposato un car designer. Così ogni anno al Festival di Cannes eravamo loro ospiti. Un giorno mi disse: “Accompagnami”. E improvvisamente ci trovammo sul tappeto rosso. Ma io che ci facevo a sfilare sulla gradinata del palazzo del cinema francese in mezzo agli attori e ai fotografi?».

Storie di un passato straordinario, quando l’auto era avventura. Rimangono i cimeli appesi alle pareti del grande garage alla periferia di Torino. Giorgetto racconta e il figlio Fabrizio annuisce. Ascolta aneddoti che in famiglia si raccontano spesso. Tocca a lui proseguire alla guida della Giorgetto e Fabrizio Giugiaro, la Gfg. Lui, il patriarca, è tornato alle origini: «Oggi dipingo, come mio padre e mio nonno. Faccio quadri per la chiesa di Garessio. Ho disegnato un grande telo da mettere sulla volta. Tutto è pronto per montarlo. Attendo l’autorizzazione del vescovo di Mondovì».

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