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La maggioranza divisa davanti all’emergenza

21 ore fa 1
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Non ci sono oramai sede, occasione, dibattito, intervento, tutto quanto lo consenta, nei quali i soggetti politici che formano la nostra maggioranza di governo non esibiscano sfacciate, inconciliabili, insopportabili, incolmabili distanze e reciproche avversioni: e non su piccole beghe o questioni di quotidiano spessore, ma su tutto quanto spacca il mondo in questo sciagurato frangente dell’umanità.

Sempre che si escludano le oramai rarefatte occasioni di un voto in una delle due Camere, oramai nelle mani dei governi di turno, e della loro ritrosia a confrontarsi con le odiate minoranze: dal quale voto possa dipendere la sopravvivenza formale del loro potere.

L’istante della concordia. Perfino nelle guerre, ricomparse quando si pensava appartenessero ad un passato davvero passato, si riesce a dividersi, e addirittura schierarsi: chi con l’aggressore, chi con la vittima.

Senza mai trarne le conseguenze, in nome del minimo di coerenza. Più lo stare da una parte o dall’altra è segno inconfondibile di inconciliabilità, più ritroviamo il vicepremier bastian contrario da un lato, il vicepremier mite da quello opposto, e il capo di entrambi da una parte o dall’altra, al solito con quello mite. Quando non in una terza posizione, del tutto autonoma.

A chi richiama analoga attitudine alla difformità nelle file delle variegate minoranze, basta obiettare che non a caso l’insieme delle opposizioni, per comune giudizio, è ben lontano dall’apparire una potenziale alternativa alla guida del paese, e proprio in virtù quelle difformità.

Oggi, il caso vuole che si proponga un altro test, di quelli dirimenti della parte in cui collocarsi: ma inequivocabilmente, per il buon senso, la Costituzione e più in generale la democrazia, la medesima, se si pretende di stare in uno stesso governo. Parliamo dei dazi, scagliati nottetempo dalla Casa Bianca, e restiamo a vedere, ma le premesse di una nuova clamorosa divaricazione l’uno dall’altro, o dagli altri, ci sono tutte, basta aspettare qualche ora.

La domanda, di fronte a tutto ciò, non è legittima, è doverosa: sarebbe mai potuta nascere, questa combinazione di governo esaltata fin dalla campagna di governo come più che compatta, ferrea, se si fosse presentata al regista della formazione dei governi esibendo bandierine contrapposte e incompatibili?

Qui si impone una precisazione, ai membri di questa coalizione, che è poi sempre quella di centrodestra, nata dalla geniale prontezza del grande imprenditore ad infilarsi nello sconvolgimento di Tangentopoli e Mani pulite, e ad appropriarsi di un elettorato multiforme reso orfano da quella caccia al corrotto. E che non ha mai digerito, fin da allora, se non obtorto collo, il ruolo costituzionale di regia del Capo dello Stato nel procedimento di formazione dei governi, arrivando a circondare minacciosamente la Camera dei deputati contro la nascita di un governo identico ai precedenti, ma nei quali – unica differenza -, non c’era nessuno degli attuali partiti di governo.

In realtà, una protesta contro il Capo dello Stato. Era il cosiddetto governo giallorosso. L’obiettivo, quello di sovvertire la gerarchia costituzionale tra parlamento e governo, a favore di un presidenzialismo di fatto, approssimativo e artigianale, che ulteriormente mal digeriva presenza e poteri del terzo incomodo, messo lì a garantire nei limiti del possibile il rispetto della nostra Costituzione, sempre lo stesso capo dello Stato. Messo lì dai costituenti quasi come una figurina di bella presenza, molto onore e poco potere, e ben presto rivelatosi, con immaginabili, malcelata soddisfazione postuma dei padri, il vero metronomo delle regole della repubblica.

La domanda, dicevamo: sarebbe mai nato, un governo siffatto, se si fosse presentato al Quirinale, ai tempi della gestazione, come una combriccola di litigiosi strutturali, tanto più litigiosi quanto più fossero delicate le questioni sul tappeto? Disposti a fingersi meccanicamente amorosi compagni di viaggio solamente al momento della chiama, delle chiame nelle aule delle Camere, con predilezione per quelle di fiducia, che non pongono domande di merito, ma chiedono dichiarazione di affetto verso il governo? Senza minimamente volersi sostituire a chi sostituibile non è, pensiamo di no, che non sarebbe mai nato: e oggi, con la medesima premessa, viene da chiedersi se possa mai restare a quel posto di guida, senza essere d’accordo su nulla. Per un minimo di rispetto degli elettori, soprattutto di quelli che non votano.

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