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Meloni, soldati italiani in Ucraina? Soltanto con l?Onu. Ipotesi missili Usa al confine e intelligence per evitare nuove invasioni

6 ore fa 2
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Guerra e bollette. Una strada stretta. Lastricata dalla necessità di blindare il consenso, che resta alto nei sondaggi e spera che duri così ancora a lungo. Giorgia Meloni si divide tra grandi dossier internazionali - la guerra in Ucraina - e crucci assai più domestici, come la caccia ai fondi per abbassare il costo dell’energia che svuota le tasche degli italiani a fine mese.

Sono giornate intense a Palazzo Chigi. Agitate, sul primo fronte, dalla proposta lanciata nell’etere lunedì da Emmanuel Macron di una missione europea di interposizione lungo il confine tra Ucraina e Russia, una volta siglata la tregua. Per la premier italiana non è un’opzione: on le fait pas. E non c’entra solo il crescente fastidio per l’attivismo del presidente francese, corso alla corte di Trump per bruciare sui tempi gli altri leader Ue.

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LE GARANZIE NATO

Meloni, come ha messo agli atti durante il primo G7 con il Tycoon, è convinta che la priorità sia lavorare a «garanzie di sicurezza Nato» per l’Ucraina. Soldati al fronte? Impossibile sotto l’egida di una missione europea, con gli Stati Uniti a guardare da lontano e la costante minaccia russa. Possibile, in futuro, solo ed esclusivamente sotto il cappello dell’Onu o di una missione internazionale ad amplissima partecipazione. Ieri da Palazzo Chigi è arrivata una smentita ai rumors che raccontano una premier tentata dall’opzione dei militari boots on the ground a presidiare la frontiera ucraina dopo la guerra. «L’invio di truppe italiane in Ucraina non è all’ordine del giorno, non se ne è mai parlato», recita una nota di fonti affidata all’Ansa. «Non esiste questo dibattito all’interno della maggioranza».

Un po’ esiste, a dire il vero. Nel senso che si dibatte, come riconoscono le stesse fonti, sulla possibilità di contribuire con un contingente italiano «se un domani ci dovesse essere un contingente italiano con i contingenti di vari Paesi». Insomma, a una futura missione di peacekeepers, con il via libera del Consiglio di sicurezza dell’Onu - dunque anche di Usa, Russia e Cina - il governo italiano faticherebbe a dire di no. Scenario che basta a mettere sull’attenti il Carrocio in trincea contro l’invio di soldati. A qualunque condizione.

Matteo Salvini percorre a grandi falcate i corridoi di Montecitorio mentre in aula Daniela Santanchè se la vede con la mozione di sfiducia delle opposizioni. «Nessuno ci ha chiesto neanche un soldato - taglia corto con i cronisti - Quando ce lo chiederanno ne parleremo. Noi abbiamo già migliaia di soldati italiani in giro per il mondo, prima di mandarne altri sarei molto cauto».

Mentre Antonio Tajani, anche lui in Transatlantico, apre uno spiraglio: «Penso non sia utile inviare truppe europee o Nato - sospira il ministro degli Esteri, che lunedì sera ha avuto un confronto a tu per tu sul tema con Meloni a Palazzo Chigi - se si deve fare una zona cuscinetto si può pensare a truppe sotto la bandiera Onu, ma è ancora troppo presto».

Ed ecco Giovanbattista Fazzolari gelare Macron spiegando che l’Italia «non reputa la soluzione più efficace» una missione europea. Salvo poi lasciare socchiusa la porta a una futura missione Onu, «missioni di pace di questo genere l'Italia le ha fatte più volte» ammette il colonnello della premier parlando a margine della conferenza stampa sulla medaglia del Poligrafico «Due anni di resistenza ucraina», iniziativa insieme a Poste che ha ricavato in tre anni 500mila euro per il recupero di minori e bambini vittime della guerra. Insomma nulla si può escludere.

Prima però devono fermarsi i cannoni. Mentre Trump tratta con Putin, l’Europa torna a darsi un doppio appuntamento. Oggi la videoconferenza dei leader Ue insieme al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per fare il punto prima del Consiglio informale del 6 marzo. Domenica un summit sulla Difesa convocato a Londra dall’inglese Starmer. Meloni ci sarà.

LA STRATEGIA

Ci mette la faccia e la voce la leader, dopo settimane sull’ottovolante tra crisi internazionali e bufere politiche interne (il caso Almasri) che l’hanno allontanata dai riflettori. Guarda al vertice nella City con più interesse rispetto al conclave radunato da Macron all’Eliseo la scorsa settimana, vissuto a Palazzo Chigi come l’ennesima accelerazione non richiesta. Con Starmer, che oggi sarà a Washington da Trump, la premier italiana condivide un approccio di fondo: mai senza gli Stati Uniti. Sicché entrambi sono sicuri, come hanno detto al G7, che qualunque iniziativa europea per assicurare la pace in Ucraina dovrà avvalersi di garanzie militari statunitensi. Altro che Macron.

Meloni pensa a una versione light dell’articolo 5 Nato che da settant’anni assicura la difesa collettiva. Difficile definirla. Nelle intenzioni italiane, gli americani potrebbero garantire la sicurezza dei cieli ucraini piazzando nuove batterie di missili a lungo raggio lungo il confine Nato, dalla Romania alla Polonia e i Baltici e fornendo un continuo supporto di intelligence al governo ucraino, insieme alla promessa di immediato sostegno militare ed economico in caso di una nuova aggressione. Se ne parlerà al summit londinese. Che nei piani di Starmer dovrebbe partorire una sorta di “banca per la Difesa”, un istituto a guida Ue-Uk per agevolare gli investimenti nella sicurezza e centrare i nuovi obiettivi Nato. Come Trump chiede, anzi impone da quando è tornato.

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