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Alla soglia dei 91 anni Tranquillo Manoni ha ancora il passo sicuro e il pensiero svelto. Titolare dei due campeggi più grandi del Piemonte, tra Baveno, Mergozzo e Verbania, sulle rive del Lago Maggiore, continua a immaginare il futuro, programmare, investire. «Quando ho cominciato, nel 1963, di visitatori se ne vedevano pochissimi. C’era tanta industria. Sono felice che in molti abbiano seguito la mia strada: lavorare con i turisti è meraviglioso».
Ora che le fabbriche arretrano, anche quest’angolo di Piemonte - dove qualcuno sogna l’annessione alla Lombardia e tanti scappano a lavorare in Svizzera - ha cominciato a tracciare nuove strade per darsi un domani. Una l’ha imboccata con decisione.

Il cantiere sul lungolago di Stresa (foto Donadio)
Si capisce subito che qualcosa sia in tumultuosa trasformazione. Le gru dominano il lungolago fra Stresa e Baveno. Tre cantieri in meno di un chilometro; due hanno a monte capitali stranieri. Nel giro di un paio d’anni lasceranno il posto ad altrettanti hotel a 5 stelle: uno di nuova costruzione, un secondo realizzato recuperando una dimora storica, il terzo ricavato in un parco che ospita tre ville dell’Ottocento. Una quarta struttura - sempre 5 stelle - ha aperto alla fine dell’anno scorso: anche in questo caso si è recuperato un vecchio gioiello abbandonato. Un quinto hotel, manco a dirlo di lusso, verrà realizzato a Villa Poss, tra Verbania e Ghiffa, acquisita dalla famiglia milanese Viscardi, colosso del settore: una novantina di camere, investimento complessivo di 40 milioni. E per finire, il marchio altoatesino Adler sta lavorando al progetto di un grand hotel diffuso sul Monterosso: spalle alle montagne, il lago di fronte.
«Siamo stati fermi per quasi quarant’anni», riflette Stefano Zanetta, a metà fra rimpianto e orgoglio, fra quel che avrebbe potuto essere e non è stato e ciò che può accadere ora. Con la sorella Chiara e il fratello Davide è titolare di un 4 stelle ed è loro l’intervento da una cinquantina di milioni sulle tre ville storiche. Il Lago vive una stagione di massicci investimenti. Ma anche un cambio di pelle. Alle famiglie che da decenni gestiscono hotel e strutture recettive si sono affiancati i big italiani del settore e soprattutto gli investitori internazionali: quasi la metà dei progetti in costruzione ha alla base capitali stranieri, soprattutto dell’Est Europa.

I lavori in corso all'hotel Lido Palace di Baveno (foto Donadio)
Un comune denominatore: sfondare nel mercato di alta fascia, il turismo di lusso. E, sull’onda di questo sviluppo vorticoso, sfidare gli altri laghi del Nord: Garda e soprattutto Como. «Da mesi, come vice presidente di Confindustria Alberghi, partecipo a riunioni durante le quali tutti prevedono un forte sviluppo di questo territorio nei prossimi decenni. Io rispondo sempre che spero di vederlo», racconta Antonio Zacchera. La sua famiglia gestisce hotel da oltre un secolo e mezzo fra Stresa e Baveno. Oggi è il primo gruppo alberghiero d’Italia a conduzione diretta famigliare. «Altri mercati sono saturi, questo territorio invece è stato preservato. Il rovescio della medaglia è che l’eccessivo provincialismo ha frenato molte opportunità». Il fermento che lo circonda non lo disturba, la concorrenza nemmeno. Da sempre è tra coloro che predicano una visione d’insieme: non il singolo hotel e nemmeno il singolo comune, ma il Lago. «La cultura industriale in cui questa terra si radica è ancora forte ma dovrebbe essere chiaro a tutti che il turismo è il nostro futuro, per almeno tre ragioni: inquina poco, non delocalizza e offre lavoro in loco». Chiara Zanetta la pensa allo stesso modo: «Abbiamo risorse paesaggistiche, storiche e artistiche rare; nel tempo sono state preservate e custodite. Ci sono potenzialità mai espresse a pieno, chi sta investendo le ha colte».
I turisti in crescita, soprattutto dagli Usa
Con oltre un milione di turisti l’anno scorso – 800 mila solo tra Verbania, Stresa e Baveno – per poco più di 3 milioni di notti il Lago Maggiore è la prima destinazione del Piemonte per tempo di permanenza. Numeri analoghi al 2023, nonostante una primavera disastrosa. Como viaggia su livelli tripli, ma soffre già da un po’ le conseguenze dell’invasione: overtourism, prezzi alle stelle, residenti in fuga. Qui è diverso e non a caso chi cerca un’alternativa alla congestione guarda a queste sponde. «Il 70-80% dei turisti è straniero», spiega Francesco Gaiardelli, a capo dell’Agenzia turistica. «Negli anni è stato mantenuto il target storico, un po’ british, che da sempre ci contraddistingue, ma si sono aperte nuove rotte: negli ultimi due anni sono tornati gli americani, con numeri consistenti e capacità di spesa notevoli».
Croce e delizia, gli americani. Spingono presenze e ricavi e al tempo stesso rappresentano il grande spauracchio. «Dipendiamo in misura rilevante dall’estero e dagli Stati Uniti», conferma Chiara Zanetta. «Ora avvertiamo il pericolo che le tensioni geopolitiche generino conseguenze anche sul nostro settore». Potrebbe essere uno degli effetti collaterali del ciclone Trump. E, qui, sarebbe un cataclisma.
La richiesta alle istituzioni: migliorare i trasporti
Per esorcizzare lo spettro ci si concentra sull’oggi. La sfida è far vivere il lago dodici mesi l’anno. Zacchera ci è quasi riuscito. Congressi, gruppi organizzati. «Ma non basta, serve uno sforzo da parte del pubblico, a cominciare dai trasporti. Ad esempio, la carenza di collegamenti ferroviari per la nostra capacità di attrazione sui bacini svizzero e francese è un problema serio». Già, i servizi spesso latitano: per raggiungere il lago da Torino, in treno, la soluzione migliore passa da Rho. Quest’anno, per la seconda estate consecutiva, sarà sospesa per lavori la linea Milano-Sempione-Ginevra. La stazione di Verbania dista un quarto d’ora d’auto dal centro, i taxi sono pochi e spesso introvabili. «Il turismo è la ciambella cui aggrapparsi, se solo ci credessimo», dice Eros Buratti. Suo padre ha aperto un’attività a Intra, il cuore di Verbania, negli anni Cinquanta: vendeva polli, riforniva gli alberghi che stavano cominciando a fiorire. Lui l’ha trasformata: oggi vende primizie, soprattutto formaggi, e fa ristorazione. Ha 38 dipendenti. «E tutto grazie ai turisti. Per questo dico che servirebbe un cambio di passo. Non siamo ancora attrezzati: se i visitatori non vengono dodici mesi l’anno è perché in alcuni periodi l’accoglienza non è all’altezza».
Il sindaco di Verbania, Giandomenico Albertella, è in sella da un anno. Sembra aver chiaro il problema: «Dobbiamo alzare l’asticella della qualità. Il Lago sta diventando attrattivo, c’è un forte interesse, investimenti importanti, gruppi internazionali che stanno cercando strutture o aree su cui scommettere. Siamo stati bravi a conservare il territorio, ora dobbiamo essere capaci di svilupparlo. Ci serve un cambio di mentalità, anche nel pubblico. Dobbiamo offrire più servizi. E superare la logica dei campanili: il lago è uno, si sviluppa tutto insieme».
A gente come Tranquillo Manoni – e non solo a lui – basterebbe molto meno: «Sarei già contento se i sindaci non si opponessero. Questo territorio spiccherebbe il volo. I nostri amministratori sono capaci ma forse ci credono poco». Può darsi che sia così. O magari è troppo severo. In fondo la famiglia Zanetta ha sì atteso vent’anni per poter avviare il suo progetto. Ma ora ce l’ha fatta. E, con lei, tutti gli altri. Allora forse ha ragione Stefano Zanetta: il Lago Maggiore è stato fermo quarant’anni ma ora si è messo in moto. Deve solo trovare la sua giusta dimensione, tra sviluppo e cura di sé. Senza perdersi.