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«Il mondo è un vampiro». È cominciato così il 13 dicembre scorso il viaggio che Cecilia Sala non dimenticherà mai più nella vita: con questa frase tratta dalla canzone degli Smashing Pumpkins a corredo di una foto del suo aereo che atterrava su Teheran. Il post pubblicato sul profilo Instagram della giornalista ha come sottofondo proprio la canzone “Bullet with butterfly wings” (Un proiettile con le ali di farfalla) dalla quale è tratta la citazione. «Il mondo è un vampiro inviato a drenare distruttori segreti». C’è qualcosa di profetico in questo testo, visto che il sospetto degli inquirenti - la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sull’arresto e sulle condizioni di detenzione di Sala - è che nei 6 giorni trascorsi nella capitale iraniana, prima di finire in una cella di isolamento, qualcuno possa averla “tradita”, facendo delazione sul suo conto. Dichiarazioni segrete, magari inventate, che sono servite ai Pasdaran per avere la “scusa” per arrestarla e costruire contro di lei un dossier dal potere distruttivo. Qualcuno che Cecilia ha incontrato mentre realizzava le interviste per il suo podcast “Stories” o nei giri fatti per la città per rivedere delle persone che da “fonti” erano diventate sue amiche. «L’Iran era il Paese dove più volevo tornare, dove c’erano le persone a cui più mi sono affezionata - ha spiegato la Sala in una lunga intervista con il suo direttore Mario Calabresi - E qualche volta delle persone che intervisti, che sono delle fonti, delle persone che incontri per lavoro, bucano lo scudo e diventano amici, di cui hai bisogno di sapere come stanno. E in Iran questo mi era successo più che in qualsiasi altro posto. Ci tenevo a tornare da loro».
LO SCAMBIO
L’obiettivo del regime, probabilmente, era quello di avere un ostaggio da usare come merce di scambio per la liberazione di Mohammad Abedini Najafabadi, l’ingegnere iraniano bloccato all’aeroporto milanese di Malpensa il 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti. E quale migliore merce scambio di una giornalista italiana? Lei stessa quando è stata prelevata dalla sua stanza d’albergo il 19 dicembre, il giorno prima della ripartenza per Roma, e portata (forse bendata) nel carcere di Evin, ha pensato che ci fosse un collegamento con l’arresto di Abedini. «Che potesse esserci l'intenzione di usarmi l’ho pensato dal principio - è quanto raccontato l’altro ieri nel suo podcast - Pensavo che fosse uno scambio molto difficile».
Proprio per questo, in caso di fallimento dello scambio, le autorità iraniane avrebbero dovuto processarla. E per dare una parvenza di legalità nell’ipotesi di un eventuale processo, serviva avere delle testimonianze che accusavano Cecilia Sala di aver violato la legge islamica. In un regime funziona così. Si raccolgono e costruiscono ad arte le prove. La gente, per paura di finire a sua volta nei guai, viene costretta a raccontare verità scomode o addirittura false. Tutto fa brodo per costruire un dossier potenzialmente distruttivo. Durante le prime due settimane di detenzione la giornalista romana è stata interrogata tutti i giorni. «Quando ho chiesto, mi hanno detto che ero accusata di tante azioni illecite compiute in tanti luoghi diversi». La conferma, quindi, che ogni suo spostamento fosse monitorato. E che ogni persona che ha incontrato possa essersi trasformato in uno suo delatore.
LA COMICA
Prima dell’arresto aveva pubblicato tre puntate del suo podcast “Stories”; l’ultima il 18 dicembre, in cui riportava l’intervista a un’attrice comica iraniana, Zeinab Musavi, che era stata arrestata in via preventiva come dissidente per le parole che aveva pronunciato in uno dei suoi sketch. Anche lei era stata reclusa in una cella di isolamento del carcere di Evin e poi liberata. Oggi ha un grande seguito e il governo iraniano le lascia stranamente ampio spazio. Per questo alcuni attivisti anti-regime non si fidano più di lei. Quando tre giorni fa Cecilia ha pubblicato su Instagram quella che ha definito «la fotografia più bella della mia vita», ossia l’abbraccio commovente con il compagno Daniele Raineri appena scesa dal Falcon atterrato all’aeroporto di Ciampino, la comica Zeinab ha commentato: «I know this feeling» (conosco questa sensazione).
L’intervista con la comica iraniana, come le altre, era stata concordata da Sala con le autorità. Pur avendo un visto giornalistico, infatti, era seguita da un interprete governativo. Il 19 dicembre aveva un appuntamento per un’altra intervista all’ora di pranzo: non è mai arrivata all’appuntamento. È stata arrestata attorno alle 12.30. L’ultimo messaggio che ha inviato alla sua redazione de “Il Foglio” risale a poco prima. I carabinieri del Ros, sulla base delle sue dichiarazioni, dovranno cercare di capire anche questo: chi, tra i dissidenti (o presunti tali), possa averla “venduta”. Perché in un regime funziona così. «Malgrado tutta la mia rabbia, sono ancora un semplice topo in gabbia», recita la canzone degli Smashing Pumpkins.