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Sacchi: «In Nazionale abbiamo giocatori strapagati che non sanno cosa fare con il pallone tra i piedi»

6 mesi fa 8
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L’Arrigo nazionale non si dà pace. A trent’anni dal suo Mondiale americano, con il fantasma dei rigori che ancora si aggira nella finale maledetta contro il Brasile, si accende quando gli parli d’azzurro. Sacchi boccia il calcio italiano con troppi stranieri, salvando solo Luciano Spalletti; fa un distinguo netto tra strateghi e tattici della panchina; esalta la Spagna e i centri federali sparsi per l’Europa; spinge Carletto Ancelotti a tirare dritto col Real Madrid; benedice il ritorno in Italia di Antonio Conte e pure il Var; non fa problemi col campionato super spezzatino. Ha voglia di parlare per il Messaggero, ospite al Città delle Rose Awards 2024, davanti al mare di Roseto degli Abruzzi dove ha ritirato un premio insieme a Franco Causio e Pantaleo Corvino.

Quanto è deluso dal prematuro epilogo azzurro all’Europeo?

«Abbiamo un calcio mediocre, questa purtroppo è la triste verità. Ci sono troppi stranieri, non si pensa a formare né a dare le opportunità agli italiani e ai nostri giovani. Così non si va da nessuna parte, l’eliminazione è stata una diretta conseguenza».

Spalletti ci ha messo tanto del suo?

«Lui è un ottimo allenatore, ha fatto quanto ha potuto. Noi non abbiamo uno stile di gioco, tendiamo a fare i furbi e cerchiamo di fregare l’avversario. Ha pagato lo scarso materiale a disposizione e la scarsa competitività. Ha avuto poco tempo per prendere veramente in mano la situazione e i limiti generali hanno finito per prendere il sopravvento. Francamente si è visto poco, impensabile immaginare un risultato diverso. Noi in generale abbiamo sempre giocato un calcio non fatto di undici giocatori ma di troppi individualisti, per questo in Europa abbiamo vinto pochissimo. Abbiamo giocatori strapagati che non sanno cosa fare con il pallone tra i piedi e non sanno pressare. Le cose vanno bene a livello giovanili, Maurizio Viscidi sta facendo un grande lavoro e le nostre nazionali vincono, poi però s'inceppa tutto».

Cosa dovrebbe funzionare diversamente nel calcio italiano?

«Ci mancano le basi, non si costruiscono le prospettive. Bisogna costruirle le cose. Faccio un esempio pratico: la Francia era una Nazione calcisticamente molto mediocre, poi avvalendosi dei suoi migliori giocatori e quelli diventati degli ex ha saputo costruire qualcosa d’importante: oggi conta 16 centri federali che sono tanti. Dopo il Brasile, è il Paese che esporta il maggior numero di giocatori. In Germania ne hanno addirittura 24, perfino la Svizzera ne ha attivati tre, mentre noi siamo fermi all'unico costruito nel 1957».

La convince il Var?

«Sono favorevole, ci vuole per vederci chiaro in ogni situazione dove serve. Gli italiani sono disonesti e gli arbitri non possono essere dei santi».

Il campionato e gli allenatori non riescono a fare la loro parte?

«Siamo alle prese con un’emergenza, però evidentemente non si vuole crescere e si lascia tutto come sta. Il calcio è lo specchio del Paese, è dal tempo dei Romani che non abbiamo una visione strategica vera, non è solo una questione di calcio. I tecnici si dividono in strateghi e tattici, sono due profili ben diversi perché lo stratega cerca di determinare e imporre il proprio gioco con le scelte e le strategie, mentre il tattico si regola soprattutto sull’avversario. Sono due filosofie opposte».

Chi sono gli strateghi nella nostra Serie A tra gli italiani e non?

«Ce ne sono diversi, penso a Thiago Motta, Italiano, De Zerbi, Gasperini e Sarri. Anche Spalletti lo è. In campionato ci sono cinque-sei squadre impostate in modo strategico e che fanno strategie in campo, per esempio sono curioso di vedere la Juve di Thiago Motta. Ma il nodo resta che giocano pochi italiani e ne paghiamo le conseguenze».

Non lo è Simone Inzaghi?

«È un tattico, lo si è visto in tantissime occasioni. Anche in partite che potevamo andare meglio, come a Madrid contro l’Atletico in Champions».

Per lo scudetto il favorito è comunque ancora lui?

«I soldi per allestire gli organici contano. Penso che tra l’Inter e le altre rimanga un'evidente differenza».

Come saluta il ritorno di Conte che riparte dal Napoli?

«Antonio è forte, lo reputo un ragazzo d’oro. Dà la vita in tutto ciò che fa. Gli auguro davvero tutto il bene e il meglio possibile».

Ancelotti ha fatto bene a non andare in Brasile?

«Penso proprio di sì, fa bene a restare a Madrid perché nel Real ci sono sempre forti motivazioni, spirito di squadra e filosofia di gioco. Lui è bravissimo, ne è l’allenatore ideale. L'ambiente lo aiutato a costruire successi attraverso l'identità che gli viene riconosciuta. Ricordo quando lo volevo al Milan e Berlusconi non era affatto convinto, soprattutto per i problemi fisici che aveva Carletto. Galliani era d’accordo con me per prenderlo, aveva raggiunto l’accordo con la Roma e chiese a me di parlare con il presidente per convincerlo a chiudere positivamente l'operazione. Dissi a Berlusconi che, se avessimo preso Ancelotti, avremmo vinto il campionato. Lui mi rispose che stavamo prendendo una fregatura. Alla fine, lo convinsi e si convinse. Il resto è storia».

La Serie A spalmata su quattro giorni e le fasce orarie l’avrebbe accettata ai suoi tempi?

«Non ne avrei fatto un problema. Non credo sia questo il male oppure il problema del calcio italiano. C’è una questione di soldi e negli stadi si cercano le emozioni che mancano».

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