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CITTÀ DEL VATICANO. «Nella vicenda dello spionaggio di cui è stato vittima anche don Mattia Ferrari è in gioco la democrazia. Il governo deve fare chiarezza, con trasparenza, per arrivare alla verità. E poi alla giustizia». È severa la presa di posizione di monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e vescovo di Cassano all’Ionio. Il cappellano di Mediterranea Saving Humans è stato «tenuto d’occhio» con lo spyware Paragon.
Eccellenza, che cosa pensa di questa storia?
«Penso veramente molto male. Sono profondamente amareggiato e preoccupato. Quando si utilizzano questi metodi nei confronti di giornalisti, attivisti, possibili oppositori e, ancora peggio, di persone che dedicano la loro vita a un servizio prezioso come quello dell’accoglienza e della tutela dei più vulnerabili, dobbiamo fermarci e porci alcune domande fondamentali: perché? Quale sarà il prossimo passo? Dobbiamo chiederci se queste modalità siano compatibili con un sistema democratico sano e trasparente, se contribuiscano davvero a rafforzare le nostre istituzioni o, al contrario, le indeboliscano minando la fiducia dei cittadini».
Quali sono, secondo lei, le responsabilità del governo? E che cosa si aspetta adesso?
«Per il ruolo che ricopro come vicepresidente della Cei e come vescovo, ritengo che al governo spetti un compito fondamentale: fare chiarezza. È necessario spiegare che cosa sia accaduto, quali siano le motivazioni dietro questa sorveglianza, quali criteri siano stati utilizzati. Non si può accettare che un prete venga spiato per il semplice fatto di compiere il proprio dovere evangelico e umano. È fondamentale che le istituzioni si assumano la responsabilità di dare risposte chiare e inequivocabili. Altrimenti, il rischio è quello di minare la fiducia nella democrazia stessa. Un Paese in cui si controllano persone semplicemente perché non sono allineate al potere è un Paese in cui la libertà è a rischio».
Quale passo concreto ritiene necessario?
«La trasparenza. È necessario che il governo spieghi nel dettaglio l’utilizzo di strumenti come Paragon, che sappiamo essere un sofisticato sistema di intercettazione. Dobbiamo chiederci se sia lecito e giustificato l’uso di tali strumenti nei confronti di chi, come don Ferrari, svolge opere di solidarietà. Il controllo, la sicurezza, la tutela dell’ordine pubblico sono aspetti importanti, ma mai possono diventare un pretesto per comprimere i diritti fondamentali o per colpire chi si spende per il bene comune. È una questione di principio: un sistema che si basa sulla paura e sulla sorveglianza indiscriminata non può dirsi democratico».
Che effetto le ha fatto sapere di un prete italiano spiato?
«Ho provato un profondo dolore. È stato un colpo duro, che mi ha subito spinto a esprimere la mia vicinanza a don Mattia. È una vicenda assurda, che solleva interrogativi inquietanti. Perché un prete che si occupa di migranti viene considerato un soggetto da controllare? Che cosa sta accadendo nel nostro Paese? Sono domande che ci riguardano tutti. Per il bene della nostra società e della nostra democrazia, è fondamentale fare luce su quanto accaduto. È necessario arrivare alla verità, e poi alla giustizia».
Don Mattia Ferrari ha detto a La Stampa che questo attacco è conseguenza del fatto che la solidarietà verso i migranti è considerata «sovversiva». È d’accordo?
«Sì, purtroppo è così. Tutto ciò che riguarda la dimensione della carità, della solidarietà e della condivisione sembra sempre più spesso essere percepito come un elemento di disturbo. È assurdo e preoccupante che una società arrivi a considerare la solidarietà come un pericolo per la sicurezza. Che si spii don Mattia da parte dello Stato che dovrebbe tutelarne la libertà di azione e di parola è semplicemente incomprensibile. Papa Francesco, nell'intervista a Fabio Fazio, ha espresso parole molto belle su di lui, sottolineando che è un sacerdote che prega. Il suo impegno sociale e umanitario non è altro che l’espressione concreta di una fede autentica, che tiene insieme preghiera e azione, contemplazione e dedizione ai più fragili. E tutto questo si traduce in accoglienza, salvataggio, difesa della dignità umana».
Come valuta le politiche migratorie italiane?
«Oggi sembra quasi che gli immigrati siano il grande problema dell’Italia e dell’Europa, ma io credo che, proprio nel modo in cui li trattiamo, ci giochiamo il senso profondo della nostra civiltà e della nostra democrazia. È in questa sfida che si misura la nostra capacità di essere una società giusta, solidale, aperta».